La casa degli strani: almanacco di racconti a cura di Angelo Australi, Giuseppe Baldassarre, Fabio Flego, Aska Edizioni 2019

Questo almanacco è un progetto promosso dall’Associazione Il Giardino e dal Circolo Letterario Semmelweis, realizzato con il contributo dell’Assessorato alla cultura del Comune di Figline e Incisa Valdarno.

RACCONTI DI: ANGELO AUSTRALIALBERTA BIGAGLIROMANO BILENCHILAURA DEL LAMAGIOVANNI FALDELLAALESSANDRO FRANCISIRIO GIANNININICOLA LISIFRANCESCO LUTIGABRIELLA MALETIALESSANDRA MARTINALORENZO MERCATANTIFILIPPO NIBBICLAUDIO PIERSANTIP. A. QUARANTOTTI GAMBINIFRANCESCO ROMITISARA E. C. RUSSELLGIORGIO VAN STRATENSEBASTIANO VASSALLISAURO VENTURINI DEGLI ESPOSTIROLANDO VIANI

 ILLUSTRATO CON OPERE DI: NILO AUSTRALIFRANCO BERTINILORENZO BONECHIPIER GIOVANNI DECEMBRIKONRAD DIETRICHVENTURINO VENTURI

L’almanacco è occasione per un ampio programma culturale che si svolge prevalentemente nel Comune di Figline e Incisa Valdarno: link utili per conoscere le iniziative sono:

www.giardinoassociazione.it – www.fiv-eventi.it – www.poliscritture.it – www.pianetapoesia.it – www.askadizioni.it

 

Una presentazione di Angelo Australi

Certo che con quello ‘strani’ inserito nel titolo, il progetto può contenere tutto e il contrario si tutto. In una ‘casa’ poi, … dove in poche stanze si affollano, oltre alle persone, anche una marea di oggetti che possono trasformarsi in mostri e/o farfalle. Non è strana invece – e faccio un solo esempio, ma potrei continuare all’infinito – una persona che si copre il corpo di tatuaggi; quando l’eccentricità diventa prassi, come in questo caso, nessuno più si meraviglia, resta solo il bisogno di conquistare visibilità. Al netto di varie considerazioni anche psicologiche che questa mia affermazione potrebbe suscitare, cerco di spiegare meglio il pensiero con un’allegoria, un po’ come si esprimevano nel Medioevo, che è considerato l’epoca dove il linguaggio visuale predominava su tutti gli altri. In definitiva una società molto più vicina alla nostra di quanto si possa sospettare: sono entrambi periodi di forte trasformazione, dove un mondo finisce e non riusciamo ad immaginare come continuare a convivere tra esseri umani in un sistema organizzato in comunità, e dove il divario tra poveri e ricchi, davvero così spropositato, paradossalmente acquista la dimensione di un’ingiustizia consapevolmente barbarica.

Andiamo avanti con questo gioco dell’allegoria: … ero nel reparto frutta di un supermercato e stavo scegliendo tra delle pesche ‘nettarine’ quelle che più giudicavo confacenti al mio gusto. Tutte bene in mostra, più o meno delle dimensioni di una palla da tennis. Lucide e così rotonde da sembrare fatte in serie. Tra le tante ammassate nei due contenitori sceglievo quelle che avevano delle screziature simili a felidi giallicce, che disturbavano esteticamente lo splendore rosso e uniforme dei frutti. A un certo punto, durante la selezione, da dietro le spalle mi ha raggiunto una frase minacciosa: “Mi stai prendendo le migliori!”. Mi sono voltato per capire se chi parlava si stesse rivolgendo proprio a me o se fosse solo una frase rivolta a una delle tante persone che circolavano nel reparto, presa per caso, …come a volte capita. Ma chi aveva parlato era una persona che conoscevo molto bene fin dai tempi della mia militanza politica nel PC e mi stava sorridendo. “È vero” gli ho detto, “scelgo sempre tra quelle picchiettate in questo strano modo”. “Anch’io preferisco le più brutte. Le altre – anche se belle a vedersi – non sanno di niente”. Ho annuito ridendo, mentre lui argomentava che la frutta sempre più spesso, anche se è così bella a vedersi, coltivata in Italia o all’estero, non aveva alcun sapore. Oramai, a forza di mangiarle, aveva appurato anche lui che le più brutte risultavano invece le più saporite. Erano poche le pesche in quelle condizioni estetiche discutibili, anche se la maggior parte delle persone sceglieva le altre.

In letteratura, facendo un paragone – anche se forzato, altrimenti non sarebbe un’allegoria – oggi accade la stessa cosa. Si pubblicano tanti romanzi, ma spesso il sapore di cui sono fatti lascia a dir poco perplessi. C’è in giro, soprattutto in Italia, una buona letteratura media, capace però di offrire sempre lo stesso orizzonte alla nostra immaginazione: che sia il noir, la fantascienza, il romanzo storico e/o psicologico, il romanzo che tratta argomenti di attualità in forma giornalistica, il più delle volte però, dopo la lettura, si finisce sempre per avere la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di ‘risolto’.

Forse la maggior parte dei lettori in un libro cerca in questo qualcosa di ‘risolto’ una conferma alla propria esistenza sempre più precaria, ma in chi ama la letteratura è chiaro da sempre il tema di fondo della sua inutilità pratica. In ciò che si pubblica attualmente sentiamo un limite sostanziale: lo stimolo a suscitare nel lettore, da parte dell’autore, la necessità anche di mantenere aperto almeno un piccolo spazio di confronto critico in ciò che si produce rispetto agli scrittori vissuti in precedenza, generando una sorta di oblio dove resta al centro della scena solo il nome di cui ci si sta interessando.

La casa degli strani” è un progetto che in qualche modo tenta di spostare il punto di vista dall’autore all’opera, dall’opera al ruolo della letteratura in una società che si affaccia nel terzo millennio con una forma di schizofrenia destinata a privare il linguaggio scritto dei suoi significati più arcaici e profondi. Sta finendo un’epoca, lo sappiamo tutti, ma anche questo è stato immaginato in letteratura, già molto tempo fa. Il problema che vorremmo in qualche modo contrastare – forse contrastare non è la parola giusta ma insomma, ci siamo capiti – è questo meccanismo che considera l’autore come un prodotto alla stregua del libro che ha scritto. Nessuno nega che oggi in Italia si produca mediamente una buona letteratura, romanzi scritti bene, di facile lettura, dove l’unico impegno sta nella costruzione di una trama seducente che cattura l’attenzione di chi legge, ma è quell’idea di sforzo ossessivo a generare il prodotto a lasciarci un po’ perplessi. È come se stessimo tornando a un’idea di romanzo ottocentesco, spiluccare in quella sua autenticità lineare della trama, senza però abitarne il contesto culturale e sociale. I personaggi dei romanzi dell’Ottocento erano vivi, da qualunque punto si partiva a raccontare la storia si finiva sempre per chiudere il cerchio e per tornare indietro facendo il percorso esistenziale a ritroso, maturando un’esperienza a tutto tondo, oggi invece il raccontare sembra partire prima da un’idea, e se, e quando si incontra – ammesso che si incontri – la vita, c’è la sensazione che sia esclusivamente imprigionata in qualcosa di simbolico che giustifichi un certo lirismo, non si giunge più, da qualunque punto si parta, a chiudere il cerchio.

Il progetto che muove questa iniziativa de “La casa degli strani” è quello di immaginare un ‘presidio’ dove il ruolo del lettore sviluppi un suo livello critico nei confronti dei libri che ci vengono proposti in libreria. Un livello che non prenda in considerazione solo la trama del romanzo, ma ne analizzi la forma, lo stile, e il tono. Se questa provocazione oggi viene rifiutata dalla maggioranza degli autori, pensiamo debbano provarci i lettori a mettere in evidenza certi limiti e pretendere dai loro beniamini della contemporaneità che si torni – almeno in certe occasioni – a ‘parlare di letteratura’ a tutto tondo.

Ecco da dove prende vita l’idea di produrre un Almanacco. Abbiamo scelto per “La casa degli strani” autori di generazioni diverse proprio perché sia percepibile, in termini di cambiamento, la strada percorsa dalla narrativa italiana di almeno un secolo. Venti, ventuno autori non sono certo esaustivi nel rappresentare un periodo così lungo, ma il nostro è un punto di partenza, su cui ritornare nei prossimi anni. La cosa non vorremmo si esaurisse in questa prima edizione.

Che cos’è che consideriamo ‘strano’ allora? Tornando all’allegoria delle pesche ‘nettarine’, sicuramente una persona che vive fuori da certi cliché del comune pensare, ma anche quei lettori che non si aspettano di trovare in un libro delle conferme per ciò che sono diventati, e di analizzarlo per quello che è e vale in un contesto più ampio, dove tutto nasce da quel punto di vista sul mondo che è proprio della letteratura.